Dott. Domenico Chirico

Psicologo, Psicodiagnosta

Roma, 24 Marzo 2020, ore 10.50. Siamo in pieno coronavirus. Il balcone di casa mi fa una concessione e lascia entrare nel mio salone un fascio di luce “assordante”. Sembra che la vita fuori scorra come sempre.

Ma se solo mi alzo dalla sedia, riesco a vedere la superficie della terra che abitiamo, riesco a percepirne la strada che calpestiamo….e capisco che è priva di macchine che fanno rumore e di pedoni che camminano. Il silenzio, in questo momento, è così rumoroso da far male al cuore!

Un leggero senso di angoscia mi attanaglia. Mio figlio sta per svegliarsi, e io voglio prenderlo in braccio. Perché sono io ad aver bisogno di lui, dell’idea che tutto andrà bene, mentre lui, coi suoi occhioni, mi guarda ignaro di tutto quello che sta accadendo.

Mi sento recluso, oppresso, voglio uscire, vedere persone. Proprio ieri, in fila per la spesa, ho conosciuto un signore di ottanta anni, col quale ci siamo dati appuntamento a quando tutto questo sarà finito. Frequentiamo gli stessi luoghi, e quando arriverà il momento, ci siamo promessi di incontrarci per abbracciarci e prendere un caffè.

In qualità di psicologo, e soprattutto in quanto persona curiosa e appassionata della vita, non posso non riflettere su questo senso di prigionia che attanaglia tutti noi. E mi chiedo: bastano un mese o due di chiusura in casa, per farci perdere i riferimenti? È sufficiente tutto questo per farci sentire depressi e angosciati? È per questi motivi che si mette in discussione la nostra esistenza?

La risposta è “semplice”. La nostra dimora, la nostra casa, è da sempre metafora e simbolizzazione di come noi riusciamo a (con)vivere con noi stessi e di come noi possiamo comunicare col nostro intimo; la nostra abitazione è per molti di noi parodia e rappresentazione di quella che è la modalità relazionale tra il nostro Io e la nostra reale natura inconscia.

Ma oggi sembra che le persone non riescono a stare in casa, che non riescono a stare fermi. Non possono non avere attività da fare, e molte di loro devono uscire. Ma perché? Sorge il dubbio che parte della popolazione sia vittima di una psicosi (termine non appropriato ovviamente) di massa; viene il sospetto che alcuni siano prigionieri di un funzionamento psichico non propriamente evoluto.

Le persone devono uscire da casa perché tentano, inconsciamente, di uscire da una posizione psicologica di stallo “assordante”, che li costringe alla comunicazione con se stessi che rischia di essere troppo intima, fastidiosa, insidiosa e rischiosa. Si, perché è pericoloso e scomodo dover avviare una conversazione naturale e sincera con se stessi, è doloroso dover ascoltare le proprie paure e debolezze.

Avere cose da fare aiuta a non pensare, ci consente di estraniarci dalla realtà, e soprattutto ci dà la possibilità di non stare con quella parte di noi che non vogliamo ascoltare, e che tanto facciamo per reprimere. Avere delle attività da svolgere dentro e soprattutto fuori casa, anche contravvenendo alle norme che ben conosciamo, aiuta la persona a non dovere sentire e affrontare la paura che tutti noi abbiamo per quello che sta accadendo.

Saper comunicare con se stessi, e saper convivere con le nostre debolezze e con i nostri lati negativi, saperli accettare, è parte integrante della maturità di una persona.

L’imperfezione è alla base della vita.

Le persone che escono anche solo per comprare un litro di latte, e che non vogliono (e non possono per limiti psicologici personali ) rispettare le regole, non sono soltanto maleducati, incivili e delinquenti. Sono soprattutto delle persone che non hanno sviluppato una maturità affettiva e cognitiva tale da fargli comprendere quale è la reale situazione.

Queste persone vanno si condannate, ma anche aiutate. Perché la loro spavalderia e intraprendenza serve soltanto a mettere in risalto la loro fragilità e inadeguatezza. Non sono capaci a gestire il momento. Hanno paura di quello che sta accadendo.

Condanniamoli, si; ma soprattutto aiutiamoli a comprendere, con calma e affetto, che facendo in questo modo mettono a repentaglio la loro e altrui vita. Facciamoli sentire parte della comunità e dell’umanità, perché anche se non lo sanno, sono profondamente sole. Aiutiamole a capire che non devono sentirsi soli, soprattutto in momenti difficili come questi. Perché non lo sono.

Caro cittadino che esci a comprare un litro di latte,

ricordati che non sei solo!

Roma, 24 Marzo 2020